La Chiave – Storie di Calcio a 5, una parola alla volta
Falconara 1995
“La Chiave” è la nuova rubrica di FutsalNow sulla Serie A maschile e femminile. È un raccoglitore di storie dal campo, che non parlerà quasi mai di statistiche, risultati e tabellini, ma coglierà il Gioco da una diversa angolatura. Più defilata, più decentrata, ma comunque immersa nelle sue trame. La “chiave” per penetrare la superficie molle del Gioco è la parola, ogni volta diversa. È sempre attraverso una parola che proveremo a raccontarvi un match, un duello, un’azione, un gol, una giocatrice, un giocatore, uno sbaglio, un’illuminazione, una vittoria o una sconfitta. Perché il futsal ci piace raccontarlo con la vivacità e il ritmo serrato del gioco, ma anche sprofondandoci dentro e cogliendone aspetti che, a volte, possono sfuggire alla cronaca sportiva.
La parola di oggi è argine.
È stata la giornata con più gol in assoluto in questa stagione. Quarantasei, uno in più rispetto alla terza giornata. Quattro partite su sei sono terminate con uno scarto maggiore di sei reti. Una partita è finita in doppia cifra. Due sole porte in tutta la Serie A sono rimaste inviolate. Quarantasei gol, distribuiti male. C’è una sproporzione gigantesca tra chi quei gol li segna e chi invece li subisce. La sesta giornata di Serie A è stata un fiume in piena. Acqua alta, forti mareggiate. Dislivello abissale. Il Napoli: travolto. Il Lavante: annullato. La Soccer Altamura: sopraffatta. La Lazio: spazzata via.
È venuta giù una valanga sull’ultimo weekend di Serie A femminile. Una fiumana impetuosa e travolgente, che ha lasciato sui tabellini la traccia di una scalata troppo difficile da intraprendere.
Nella celebrazione dei numeri grandi, nell’encomio delle cifre che si accumulano una dopo l’altra, c’è però qualcosa di monocorde e piatto. Il gioco può diventare una danza fluida, è vero. Ma se ogni tanto non si incaglia, se non si scopre un po’ ruvido, racconta solo una parte della sua bellezza.
Questa domenica di futsal femminile ci ha consegnato l’illusione dei numeri alti, la vertigine dei tabellini affollati che esaltano i collezionisti di statistiche. Goleade travolgenti, profluvio di reti che si gonfiano. Come se il bello fosse tutto lì, nella facilità con cui si affonda in rete e si travolge l’avversario. Però, se ci sottraiamo al luccichio dei numeri grandi, ci accorgiamo che il cuore vero di questo sport si è nascosto lontano dagli attacchi dirompenti e martellanti della maggior parte dei campi. Era più facile trovarlo sul parquet del Pala Coni di Cagliari, in una partita che, a leggere il tabellino, potrà sembrare pure monocromatica e piatta e invece qualche oscillazione in più ce l’ha regalata.
È per questo che, in una domenica di alluvioni e dimostrazioni pirotecniche, è necessario fare un elogio dell’argine.
L’argine è una striscia di terra che cammina fianco a fianco al fiume. Non è una diga, un’opera di sbarramento eretta per modificarne il deflusso. L’argine non può fermare il fluire dell’acqua. Non può dirle dove andare. Al contrario, qualche volta può anche esserne sommerso. L’argine sa che l’acqua può essere più forte, ma sta ugualmente lì per contenerla. Sa che l’esondazione è possibile, ma cerca lo stesso di evitarla.
Mentre sugli altri campi il punteggio sul tabellone si aggiornava a ritmo costante, a Cagliari la partita è rimasta bloccata per quasi tutta la sua durata sul punteggio di 0-0. Il Falconara è arrivato sabato in Sardegna con uno degli attacchi più forti della Serie A. Prima delle goleade del weekend, era una delle squadre con più gol segnati. È una squadra frenetica, il Falconara. Che si muove, ti aggira, si infila negli spazi lasciati vuoti e cerca la porta come un fiume cerca il mare. Uno sbocco in cui sversare tutta la produzione offensiva che mette su muovendo la palla.
Il Cagliari, contro le incursioni della capolista, ha eretto un muro di gambe, diagonali da inseguire e spazi da chiudere. Virdis e compagne hanno impostato una buona partita difensiva, fatta di sacrificio e sudore. C’è una bellezza struggente nella resilienza dell’argine. Non ha la stessa risonanza di un risultato in doppia cifra, di una carrellata di gol che finiscono nella Top10 di settimana. Non esalta e non chiama i riflettori, perché non è spettacolare, non lascia esterrefatti. Una barricata difensiva è fatta di chiusure sporche, spazzate poco eleganti, corse invisibili e un lento logorio fisico che a uno sguardo più superficiale neanche si nota. L’elogio dell’argine è il racconto del sacrificio invisibile, dell’arte del contenimento. Sgraziata, poco sfolgorante, silenziosa, ma tenace, salda. Coraggiosa.
L’argine eretto dal Cagliari ha mantenuto per tre quarti di gara. Poi la piena è arrivata e ha valicato le sponde, prendendosi i tre punti. Su una ripartenza, a nove minuti dalla fine, il Falconara è riuscito a portarsi avanti finalizzando un 3vs2 e trovando l’increspatura giusta per sbloccare il risultato. Gli altri due gol sono arrivati nei minuti finali, col Cagliari sbilanciato nel tentativo di risalire la corrente col power play.
La classifica oggi, alla sesta giornata, vede le rossoblù ferme a 4 punti, dopo un avvio di stagione crudele che le ha viste incrociare già le prime quattro del campionato. Dopo la bella vittoria casalinga con la Women Roma e il pareggio di Molfetta, è arrivata un’altra sconfitta. Il bottino pieno è andato al Falconara, che resta la capolista imbattuta della Serie A Tesys. Ma se volessimo salvare un’immagine di questo weekend di gol a valanga e tabellini traboccanti, potremmo tenerci i trenta minuti di fatica di chi ha tenuto l’argine finché ha potuto. Una ostinata, silenziosa resistenza che non finisce negli highlights del lunedì, ma che sta là a mostrarci le ammaccature invisibili che servono per restare a galla in certe giornate difficili.

