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Novembre 2, 2026

FutsalNow

Mai senza Futsal

La Chiave – Storie di Calcio a 5, una parola alla volta

Roma 1927

“La Chiave” è la nuova rubrica di FutsalNow sulla Serie A maschile e femminile. È un raccoglitore di storie dal campo, che non parlerà quasi mai di statistiche, risultati e tabellini, ma coglierà il Gioco da una diversa angolatura. Più defilata, più decentrata, ma comunque immersa nelle sue trame. La “chiave” per penetrare la superficie molle del Gioco è la parola, ogni volta diversa. È sempre attraverso una parola che proveremo a raccontarvi un match, un duello, un’azione, un gol, una giocatrice, un giocatore, uno sbaglio, un’illuminazione, una vittoria o una sconfitta. Perché il futsal ci piace raccontarlo con la vivacità e il ritmo serrato del gioco, ma anche sprofondandoci dentro e cogliendone aspetti che, a volte, possono sfuggire alla cronaca sportiva.

La parola di oggi è Giano, il nome dell’antica divinità romana.

Il Giano bifronte è una divinità antica. La adoravano i romani prima che la loro civiltà si aprisse al mondo. La invocavano i generali prima delle lunghe campagne militari. Perché il Giano è il Dio degli inizi, materiali o metaforici che siano. Sta a presidio di ogni porta, sulla soglia, nel confine di mezzo tra ciò che è vecchio e conosciuto e ciò che è nuovo e inesplorato. Tra la fine e l’inizio. Tra il traguardo e la partenza.
La Roma degli ultimi anni è anch’essa un’entità bifronte. Ha due facce, una che guarda avanti e una che guarda indietro. Uno sguardo ancorato al passato e uno spalancato sul futuro. È una Roma antica e monumentale, lastricata da sampietrini e altari, patrizia e altisonante. Ma anche una Roma giovane, inesperta, plebea e profana. È la Roma delle liturgie e dei mascalzoni, quella aulica e millenaria degli imperatori, ma pure quella infantile e sciocca dei poeti. È la Roma che affida le trame del suo gioco ai condottieri esperti di mille battaglie, ma anche quella che si abbandona alla spregiudicatezza dei suoi giovani.
È la Roma di Fortino e quella di Ciaralli.

Un guscio duro, provato dalle intemperie, che custodisce le chiavi del gioco e le passa di mano in mano. Una tradizione che avanza. Un futuro che si eredita. E ce le ha scolpite sul dorso ammaccato, le sue imperfezioni, questa Roma bifronte. A volte spregiudicata, a volte così ingenua. È la Roma del guado, quella che si lascia attraversare solo dai più coraggiosi e che ci traghetta tra passato e futuro. È un passaggio, un ponte traballante che tiene insieme sponde distanti, vertici opposti.
Davanti, il pivot. Dietro, il portiere.
Da un lato, l’esperienza marmorea di chi ha scritto le trame di questo gioco. Dall’altro, l’entusiasmo ingenuo e senza freni di chi davanti a sé ha ancora una pagina tutta bianca.
La Roma che venerdì sera ha accolto il Napoli delle grandi goleade è stata una Roma che si è spinta oltre. Che ha osato.
Ha subito il secondo gol per un eccesso di spregiudicatezza (così come lo ha segnato): è andata a impostare con il quinto uomo per portarsi in vantaggio, sull’1-1, senza paura. Il giro palla si è inceppato, Arillo ha rubato il pallone ed è andato a segnare a porta vuota.
Ciaralli era sulla linea del cambio.

Un rischio messo in conto, un nuovo svantaggio da gestire. Dall’altra parte, l’esperienza è un valore indiscutibile. Al Napoli di quest’anno può venir meno qualche interprete, ma la qualità resterà sempre intatta. La Roma, per battere un’avversaria così, avrebbe dovuto fare qualcosa in più. E l’ha fatto, anche se il Napoli non l’ha battuto.
Nei quaranta minuti di gioco, la Roma sa essere squadra esperta e paziente, ma anche squadra da guizzi e fiammate.
Ha costruito il primo gol impostando il gioco con la calma dei vecchi condottieri ma anche tradendo un bel pizzico di spregiudicatezza: power play sullo 0-0, manovra ragionata e palla dentro per Fortino. Che figurarsi se sbaglia davanti alla porta.

Gli uomini di Reali avrebbero voluto fare così anche il gol del raddoppio, ma lì la palla gliel’hanno rubata e ne hanno pagato dazio. La Roma subisce, ma non arretra, non si intimidisce. E per uscire dai momenti di difficoltà, si affida sempre a lui: Rodolfo Fortino, 43 anni e 102 gol con la maglia della Roma. Un recupero di Marcelo nella propria metà campo lancia Cainan in contropiede: palla sui piedi di Fortino e 2-2.
Il volto di Fortino sta scolpito sul marmo vecchio della Roma più antica e tradizionale. È il Giano che guarda indietro, ai suoi ventun anni di carriera, due decenni interi trascorsi su un campo da futsal, a prendere botte e a imparare a darle, a leggere il gioco e decodificarlo. Ma è anche il Giano che guarda avanti, a tutto quello che c’è ancora da scrivere con la maglia della Roma.

La sua Roma bifronte, che attacca col suo volto da vecchio imperatore e difende con quello pulito e giovane di Francesco Ciaralli, che quando Robocop inaugurava la sua carriera, non era neppure nato. Il portierino della Roma ha tenuto in piedi i giallorossi.
Ha la faccia da bambino, ma sta meravigliosamente in mezzo ai grandi. Ha fatto almeno un paio di interventi da Top Save e, quando il Napoli sembrava volerla vincere a tutti i costi, la Roma è rimasta aggrappata alle sue parate. Alle mani ancora ragazzette di un portiere di diciassette anni. Ha cancellato il 2-3 dalla partita, Francesco Ciaralli. Sempre attento, sempre sul pezzo.
Davanti ha un altro monumento come Nicolas Sarmiento, campione del mondo e campione sudamericano con la sua Argentina, ma quando è toccato a lui, si è fatto trovare pronto. Ha risposto presente. Ha presidiato la sua porta, come un Giano sulla soglia d’ingresso.

La Roma – questa Roma bifronte che è il giusto connubio di esperienza e spregiudicatezza – è uscita indenne dal match col Napoli grazie ai gol di Fortino e alle parate di Ciaralli. Uno del 1983, l’altro del 2008. Uno l’uomo più avanzato, l’altro quello più arretrato. Per una sera, due baluardi a presidio della bandiera. In mezzo, tra un vertice e l’altro, ci sono venticinque anni di differenza. Ma non importa se i due volti di questa Roma bifronte siano così diversi. Ciò che conta è che siano scolpiti sullo stesso pezzo di marmo. Perché il mondo, muovendosi in cerchio, partendo da se stesso a se stesso ritorna.