La Chiave – Storie di Calcio a 5, una parola alla volta
Falconara | Imatjon
“La Chiave” è la nuova rubrica di FutsalNow sulla Serie A maschile e femminile. È un raccoglitore di storie dal campo, che non parlerà quasi mai di statistiche, risultati e tabellini, ma coglierà il Gioco da una diversa angolatura. Più defilata, più decentrata, ma comunque immersa nelle sue trame. La “chiave” per penetrare la superficie molle del Gioco è la parola, ogni volta diversa. È sempre attraverso una parola che proveremo a raccontarvi un match, un duello, un’azione, un gol, una giocatrice, un giocatore, uno sbaglio, un’illuminazione, una vittoria o una sconfitta. Perché il futsal ci piace raccontarlo con la vivacità e il ritmo serrato del gioco, ma anche sprofondandoci dentro e cogliendone aspetti che, a volte, possono sfuggire alla cronaca sportiva.
La parola di oggi è artiglio e ci serve per raccontare Falconara-Lazio
Lo chiamano “il derby dei rapaci”. È un’espressione simbolica, da marketing moderno. Vestire le cose con immagini grandi, riempirle di un contenuto che sta oltre il gioco, è una tendenza comunicativa che mira a sradicare le cose dal loro raggio di azione e appioppargli un senso più largo. Metaforico, allegorico. Questione di simboli, si sa. Ma a volte i simboli contano e dicono tanto di ciò che si è e si sceglie di essere. Falconara e Lazio, due puntini distanti sulla mappa del futsal femminile italiano, eppure in un certo senso vicini. Una tradizione di grande spessore, l’azzurro nello stemma, un certo istinto predatorio nel sangue e un rapace come simbolo. Non un volatile qualunque: un rapace. Con tanto di becco appuntito, vista iper sviluppata e artigli pronti a cacciare la preda. Se disegnano così i tuoi tratti genetici, qualcosa di quell’eredità biologica dovrai pur acquisire. E infatti il Falconara e la Lazio sono due squadre predatorie. Hanno lo sguardo lungo, affondano gli artigli, si aggrappano alla preda finché non ottengono quel che vogliono. Sono due squadre battagliere, aggressive, bellicose. Scattano subito, si infiammano, fanno dell’irrequietezza il loro tratto distintivo. E sul campo, non mollano. Praticamente mai.
Curioso esaltarsi per una partita con due sole reti totali. Un risultato magro, l’1-1. Che forse non racconta nulla di quel che invece si è visto sul campo. L’ebbrezza del gioco sta anche nella magrezza di reti, nella detrazione di azioni spettacolari, perché il gioco prende come risarcimento tutto ciò che sta tra l’aspettativa di una rete e la rete che non arriva. Lazio e Falconara se le sono date di santa ragione. Letteralmente. Contrasti duri, falli, nervosismo, entrate azzardate, spinte imprudenti, nessuna voglia di fare un passo indietro. Se dovessimo scegliere un’immagine per raccontare la partita di domenica non sarebbe l’esultanza di Isa Pereira dopo il gol del vantaggio del Falconara, né la corsa per l’eventuale sorpasso di Greta Allamani nel finale del primo tempo.
L’istantanea attraverso la quale leggere Falconara-Lazio è piuttosto il fermoimmagine a 2 minuti e 30 dalla fine del primo tempo. Sestari dà una palla in verticale per Praticò, che non riesce a controllarla bene. Isa Pererira prova a rimediare, ma il controllo del pallone le sfugge. Louna Kondo, che l’anno scorso vestiva la maglia delle falchette, si avventa sulla palla e prova a strapparla alle sue ex compagne di squadra. Praticò e Pereira fanno altrettanto, in una specie di tenaglia a tre nel cuore della metà campo della Lazio. Una addosso all’altra. Un artiglio sopra l’altro. E, in mezzo, la preda.
È una lotta di posizionamento, una caccia sporca, spericolata. Gli spazi che si creano vengono chiusi subito. È una partita con un numero impressionante di recuperi difensivi. Le ragazze si battono sulle barricate, si improvvisano muri a chiusura di conclusioni che sembravano decisamente indirizzate in porta. Bianchi e Sestari fanno un paio di parate di livello. Ma la porta la chiudono anche le altre, ognuna erigendovi sopra un pezzo di sé. Ci si oppone alla palla che viaggia verso la rete con ogni parte del corpo: piedi, cosce, stinchi, addome, polmoni. Avrebbe meritato qualche gol in più, il derby dei rapaci. O forse no, perché in fondo i rapaci sono animali che per natura difendono il proprio nido a qualsiasi prezzo. Con qualsiasi pezzo. Per cui c’era da aspettarsi una guerra di assalti e barricate. Il primo tempo è stato una fase di volo a quota altissima. I falchi pellegrini e le aquile sono animali che passano gran parte del tempo a volare in correnti ascensionali, studiando il territorio e scendendo all’improvviso in picchiata a velocità assurde. I ritmi erano folli, l’intensità altissima, il nervosismo pure. Non è stata una partita di gol, Falconara-Lazio, ma è stata una partita ugualmente divertente. In un match così chiuso, così logorante, così convulso, la differenza avrebbero potuto farla solo i dettagli, quelli che i rapaci avvistano prima di tutti gli altri: la pisada di Elpidio per la fucilata di Pereira, il tracciato del sinistro di Allamani che si è infilato nell’unico spazio disponibile alla destra di Sestari. Cose così. Dettagli da predatori.
Il Falconara si è reso protagonista di un ottimo inizio di campionato. Le ragazze di Matteo Magnarelli hanno battuto le campionesse d’Italia a casa loro, interrompendo un ciclo impressionante di vittorie. Prime in classifica, fino a domenica a punteggio pieno. La Lazio non è stata da meno: una squadra in parte rinnovata, tante ragazze dal vivaio, tre vittorie importanti, due pareggi e finora il miglior attacco della Serie A. Un’altra cosa avevano in comune, Falconara e Lazio, prima dello scontro di domenica pomeriggio: entrambe erano imbattute. E, alla fine del match, entrambe sono rimaste imbattute. Le uniche due squadre ad esserlo in tutto il campionato.
Il derby dei rapaci è stato una planata a mezz’aria che ha lasciato tutto in equilibrio, ma che ha confermato la natura delle due squadre: due animali nati per cacciare e per difendere il proprio centimetro di cielo con il becco e con gli artigli.

