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La Chiave – Storie di Calcio a 5, una parola alla volta

Meta Catania

“La Chiave” è la nuova rubrica di FutsalNow sulla Serie A maschile e femminile. È un raccoglitore di storie dal campo, che non parlerà quasi mai di statistiche, risultati e tabellini, ma coglierà il Gioco da una diversa angolatura. Più defilata, più decentrata, ma comunque immersa nelle sue trame. La “chiave” per penetrare la superficie molle del Gioco è la parola, ogni volta diversa. È sempre attraverso una parola che proveremo a raccontarvi un match, un duello, un’azione, un gol, una giocatrice, un giocatore, uno sbaglio, un’illuminazione, una vittoria o una sconfitta. Perché il futsal ci piace raccontarlo con la vivacità e il ritmo serrato del gioco, ma anche sprofondandoci dentro e cogliendone aspetti che, a volte, possono sfuggire alla cronaca sportiva.

La parola per raccontare la Meta Catania al PalaLavinium è ignifugo.

Oggi conta solo vincere. C’era scritto così su uno striscione a bordo campo al PalaLavinium di Pomezia, sabato pomeriggio.
Conta solo vincere. Forse sì. Forse no. Sta di fatto che, alla Fortitudo, vincere una partita serviva eccome, per attraversare quel pantano in cui è rimasta bloccata dall’inizio di questa stagione. E per evaporare dalla stagnazione di risultati e riemergere con un po’ d’ossigeno nei polmoni. Zero vittorie, tre sconfitte, due pareggi (di cui uno bellissimo con il Napoli): non un grande inizio per una squadra che ha bisogno di fare punti per salvarsi.
Solo che sabato, a Pomezia, arrivava la Meta Catania.
Gli uomini di Juanra hanno tracciato finora un percorso speculare rispetto a quello della Fortitudo: prendiamo la penuria di risultati dei laziali e ribaltiamola, leggiamola al contrario. Un percorso perfetto. Cinque partite e cinque vittorie. Miglior difesa del campionato e secondo migliore attacco. Vetta solitaria della classifica, a +2 dalla seconda. Tradotto: il peggior cliente possibile per cercare di far punti.

Però c’era quella frase, ad accogliere le squadre: oggi conta solo vincere. Che è un po’ un imperativo e un po’ una supplica. E quando è così, frughi più a fondo nelle tasche per cercare la motivazione giusta per spingerti oltre i limiti. Dirlo, pensarlo, è più facile che farlo. Quando il sudore è vero e non metaforico, si fa una fatica immensa a stare dietro a un avversario che sfugge a qualsiasi presa. L’inizio della Fortitudo è stato uno shock. La Meta ha impattato la partita come se fosse a digiuno di punti, come se avesse fame non solo di vincere, ma pure di chiuderla subito. Conta solo vincere, hanno scritto i tifosi della Fortitudo. E per la Meta Catania è un po’ il mantra su cui hanno costruito un ciclo.

Dopo un minuto e mezzo, i siciliani l’hanno sbloccata. La Fortitudo si è trovata accerchiata dalla manovra a 5 della Meta ed è rimasta intrappolata nelle maglie di quel gioco così aggressivo, così chirurgico. Molitierno ha parato il tiro di Albertico, ma Fits gliel’ha respinta dentro con il tacco. Con ancora tutta la partita da giocare, il Pomezia si è trovato già ad inseguire. E la Meta non è una squadra che si fa prendere tanto facilmente. Però la Fortitudo aveva il dovere di rispondere a quella supplica, a quell’imperativo. Per cui ha trasformato la partita di sabato in una strenua lotta di sopravvivenza. Non sappiamo che si sono detti, giocatori e allenatore, prima di scendere in campo. Ma il modo in cui l’hanno giocata ci rassicura sul fatto che nessuno di loro avrebbe voluto perderla. Il “lampo” di Dudù che ha riportato in parità il risultato era un chiaro segnale a tutti: venderemo cara la pelle, stasera sarà difficile uscire da qui con il bottino pieno.
La faccia di Murilo, subito dopo il gol del sorpasso – su uno schema perfetto -, dice qualcosa di tutta la rabbia covata in questo inizio di campionato claudicante. L’abbraccio col pubblico, davanti a quello striscione che aspettava la vittoria, è sembrata una promessa. Che la Fortitudo ha onorato per buona parte della partita. Davanti però, c’era la Meta Catania. E loro non si scottano, non si bruciano. Attraversano le fiamme e restano intatti.

Il pareggio di Albertico arriva a cinque minuti dalla fine del primo tempo. La Fortitudo non tornerà più in vantaggio. La Meta è una squadra che stravince e soffre alla stessa maniera. Gioca, costruisce, produce, commette errori, rimedia e sbaglia con la stessa faccia, senza mai fermarsi. Prendiamo un momento a caso di una qualsiasi partita: non si capisce se stiano in vantaggio o se abbiano appena attutito un colpo. Loro giocano. Si trascinano dietro quel borbottio da caldera sempre attiva, hanno l’Etna nel DNA. Il guizzo di Pulvirenti e il piattone sul primo palo di Alamikkotervo portano la Meta in vantaggio di due reti. In una squadra col termostato sempre così alto, persino un ragazzino nato in Finlandia sembra essere baciato dal fuoco.
A otto minuti dalla fine però, la Fortitudo trova quello scatto che ha cercato per tutto il secondo tempo. In campo, dopotutto, c’è anche uno come Taborda, che lo striscione del PalaLavinium ce l’ha tatuato sul braccio, su un piede, in fronte, sul compendio della propria carriera, dappertutto. Così l’ha riaperta lui, che ha rischiato di farne altri due subito dopo. Dudù l’ha portata sul 4-4 pochi secondi dopo e, da quel momento in poi, il PalaLavinium si è surriscaldato.

Vincere era importante e con una squadra con un cuore così, sarebbe stato bello incorniciarla davanti al pubblico di casa. Ma come dicevamo, la Meta Catania non si brucia. Anche quando sembra avvampare l’incendio, le fiamme non la sfiorano. Il 4-5 arriva a poco meno di tre minuti dalla fine, un altro tiro di Pulvirenti su calcio d’angolo, pochi minuti dopo aver sfiorato una traversa. E qualsiasi velleità dei padroni di casa è stata abbattuta dal tiro di Siqueira che, a settantacinque secondi dalla fine, la chiude definitivamente. La Meta Catania esce vittoriosa dal PalaLavinium. Sesta vittoria consecutiva. Su sei partite.
Anche con la Sandro Abate era andata in sofferenza. Fino a cinque minuti dalla sirena perdeva 3-1, poi l’ha vinta 5-3.
È come se gli uomini di Juanra attraversassero i tunnel incandescenti di ogni partita per riemergerne sempre intatti. Sempre puliti. Sarà che sono fatti del materiale arroventato delle rocce del vulcano, ma loro non si bruciano. Hanno sviluppato una forma di resistenza alla fiamma. Restano integri davanti agli incendi che avvampano. Non si smuovono neppure quando tutto intorno brucia e si infiamma. Sono ignifughi, il fuoco non può distruggerli. Non hanno bisogno di estintori nei momenti di emergenza: qualunque cosa accada, loro alla fine ne verranno fuori intatti. Come Daenerys Targaryen dalla pira incendiaria. Come Musumeci che congela il pallone sulla sirena del PalaLavinium. La Meta è ancora la prima. La Meta è ancora imbattuta. La Meta finora ha solo vinto.

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