La Chiave – Storie di Calcio a 5, una parola alla volta
Woman Napoli
“La Chiave” è la nuova rubrica di FutsalNow sulla Serie A maschile e femminile. È un raccoglitore di storie dal campo, che non parlerà quasi mai di statistiche, risultati e tabellini, ma coglierà il Gioco da una diversa angolatura. Più defilata, più decentrata, ma comunque immersa nelle sue trame. La “chiave” per penetrare la superficie molle del Gioco è la parola, ogni volta diversa. È sempre attraverso una parola che proveremo a raccontarvi un match, un duello, un’azione, un gol, una giocatrice, un giocatore, uno sbaglio, un’illuminazione, una vittoria o una sconfitta. Perché il futsal ci piace raccontarlo con la vivacità e il ritmo serrato del gioco, ma anche sprofondandoci dentro e cogliendone aspetti che, a volte, possono sfuggire alla cronaca sportiva.
La partita di oggi è Woman Napoli-Women Roma e la parola che abbiamo scelto per raccontarla è: morsa.
Se dovessimo riassumere la seconda giornata della Serie A Femminile in un solo commento, l’attenzione si sposterebbe probabilmente su Ferrandina, dove domenica il CMB ha lasciato i primi punti sul parquet dopo un anno e qualche settimana di stradominio assoluto. Ma nel clamore di quella notizia, in mezzo alla cronaca analitica di quei risultati, c’è un piccolo varco narrativo in cui si infila la vittoria della Women Roma in casa del Napoli. È una vittoria che gronda di sudore, una vittoria di fame e di slancio, incastrata tra la possibilità della sconfitta e il rifiuto di accettarla. È stata una partita di squadre frenetiche e spazi ampi, nei quali ognuno ha cercato di infilarsi per affondare gli artigli. Un match disordinato, elettrico, emotivamente estenuante, forse persino troppo sofferto per essere solo alla seconda giornata di campionato. Il Napoli ha chiazzato il suo parquet con le prime goccioline di sudore. Ha inaugurato la stagione con tanto slancio e poco timore reverenziale. Alla fine del primo tempo era avanti di 1 in una partita in cui ha sciupato persino diverse occasioni. Siamo rimasti a guardare un tempo effettivo di guizzi e balzi in avanti, movimenti rapidi, lampi improvvisi, uno-due scattanti a bucare le difese avversarie. È stata una partita divertente, Napoli-Roma. Allungata dalla zampata di Carpineta, che ha trascinato la Woman Napoli a un passo dal sigillare un risultato sorprendente.
C’è però una strisciante e infida sensazione di precarietà nelle trame nascoste di questo gioco e chi lo ama lo sa. Un non so che di diabolico, di feroce e di spietato. Una variabile misteriosa che ne altera i meccanismi e fa un po’ quello che vuole.
A 6 minuti dalla fine di questa partita, le padrone di casa erano in vantaggio di 2-0. Appena due minuti dopo, il match era in parità. 2-2 e quattro minuti effettivi ancora da giocare.
Il finale di Napoli-Roma si è dissipato in una morsa. Serrata, stretta, incalzante, spietata. Le giallorosse hanno stretto d’assedio l’aerea avversaria, scegliendo il brivido del rischio, optando per la strada instabile e sdrucciolevole del power play. Che infatti le ha punite, con il tiro di D’Errico che si è piazzato sul fondo della rete avversaria. A un minuto e dodici secondi dalla fine della partita, la Women Roma stava perdendo 3-2 contro le padrone di casa. Poi l’ha vinta.
Esatto, vinta. In ventisei secondi. Nel futsal bastano anche quelli.
La morsa è un oggetto meccanico che serve per serrare e trattenere i pezzi in lavorazione, attraverso l’azione di una ganascia fissa e una mobile. La morsa della Roma si è serrata attorno alla difesa del Napoli con la sconsiderata e illogica convinzione che il movimento delle sue ganasce, alla fine, avrebbe prodotto il risultato sperato. Ci deve essere qualcosa di profondamente avventato e istintivo nella fiducia con cui si lasciano sul campo gli ultimi scampoli di sé, incuranti del prezzo da pagare. E gli ultimi ventisei secondi di questa partita devono essere stati una sofferenza intima e soffocante per chi si ergeva a muro di rimbalzo contro gli ultimi attacchi disperati delle assedianti. Un panico lento e spiazzante che conserva comunque un qualcosa di lirico, di drammatico.
Poi Masini ha frantumato definitivamente il fortino difensivo. Ha aperto una breccia e ci ha fatto passare dentro la voglia di riagguantarla con gli ultimi barlumi di speranza. Poteva finire 3-3, a ventisei secondi dalla fine. In rimonta, fuori casa. Ma il modo in cui la Roma si è piazzata sulla linea di centrocampo, un istante prima del fischio dell’arbitro per la ripresa del gioco, non ha lasciato dubbi: Masini (o quel che è rimasto di Masini) ha aggredito il primo possesso del Napoli con la convinzione salda e irremovibile che ci fosse ancora spazio per qualcosa. La morsa è scattata, il Napoli ha tentennato quel poco che bastava per strappargli via anche il residuo di un punto di consolazione. Neroni ha appoggiato la palla dietro senza guardarla, senza sapere se, dietro di lei, ci sarebbe stata qualcuna a raccoglierla. Si è fidata. Ci ha creduto. L’avrà sentito (o forse no). Sta di fatto che Ceccobelli ci è arrivata su calciandoci dentro tutta l’energia dispersa di questa folle partita di inizio campionato. Tutta la frustrazione, la fame, l’ansia, la rabbia e l’orgoglio con cui le giallorosse hanno negato alle avversarie l’illusione della vittoria.
Il colpo di mano è servito. La bellezza brutale e senza sconti di questo sport insegna che, come sempre, ventisei secondi sono sufficienti a cancellare un pomeriggio intero e che la differenza la fa la testardaggine con cui continui a buttarti in uno spazio dove la palla ancora non c’è, scommettendo che, alla fine, qualcuno ci arriverà.

