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La Chiave – Storie di Calcio a 5, una parola alla volta

Napoli Futsal


“La Chiave” è la nuova rubrica di FutsalNow sulla Serie A maschile e femminile. È un raccoglitore di storie dal campo, che non parlerà quasi mai di statistiche, risultati e tabellini, ma coglierà il Gioco da una diversa angolatura. Più defilata, più decentrata, ma comunque immersa nelle sue trame. La “chiave” per penetrare la superficie molle del Gioco è la parola, ogni volta diversa. È sempre attraverso una parola che proveremo a raccontarvi un match, un duello, un’azione, un gol, una giocatrice, un giocatore, uno sbaglio, un’illuminazione, una vittoria o una sconfitta. Perché il futsal ci piace raccontarlo con la vivacità e il ritmo serrato del gioco, ma anche sprofondandoci dentro e cogliendone aspetti che, a volte, possono sfuggire alla cronaca sportiva.

La partita di oggi è Napoli-Petrarca, la prima dell’anno al PalaVesuvio.
E la parola che abbiamo scelto è: marea.

Il mare toglie, il mare dà. Con la stessa silenziosa costanza di quei moti naturali che esistono senza che tu te ne accorga. Che esistono prima di te e che continueranno a esistere anche dopo. L’acqua è una massa misteriosa, materiale amorfo. Oscuro, imprevedibile, affascinante. Prende la forma di quello che gli costruisci attorno, allaga lo spazio che trova vuoto. Fluisce. Cambia forma. Scorre.
L’azzurro delle magliette del Napoli cola sul parquet lasciando qualche scia di schiuma. È un mare tumultuoso, quello che fluisce sotto il Vulcano. Impetuoso, soverchiante, elettrico. Affascinante e imprevedibile. Cupo e soffocante, avvolgente. Lo vedi spalmarsi sul fondo delle cartoline e pensi sia un ornamento paesaggistico, una guarnizione immobile con cui decorare lo sfondo delle fotografie. Invece il mare di Napoli è sempre in movimento. Sempre vivo. Inquieto, mutevole, qualche volta agitato.
Sale e scende, si ritira e attacca. Ribolle in quel Golfo esposto al sole che ha la forma di un calderone (o di una caldera). È un mare che si ingrossa e si abbatte sulla terra, lasciando che l’acqua schizzi ovunque e travolga ogni cosa.
Il mare di Napoli è una marea.

Se passeggi nella Baia di Fundy nelle ore giuste, qualche volta puoi camminare a piedi asciutti lì dove un attimo prima c’era l’Oceano. Assurdo. Se il mare si ritira fino a prosciugarsi, calpesti la sabbia. Ti muovi nella polvere. Ma quella massa amorfa continua a incamerare energia, da qualche parte. E quell’energia, presto o tardi, risalirà a riva.
L’anno scorso la stagione del Napoli ha conosciuto un periodo di bassa marea. Non che sia andata così male, ma si leggevano chiari i segnali di un qualcosa che non funzionava come avrebbe dovuto. Era una fase di risacca, un periodo di rallentamento fisiologico. Il mare, d’altronde, vive di flussi e riflussi, ha una forza propria, incontrollabile, che qualche volte custodisce con gelosia nei suoi fondali, altre volte sprigiona con forza contro la riva. Ma se la marea dell’anno scorso ha fatto calpestare la terra asciutta del Golfo, quella di quest’anno si è invece ingrossata e minaccia mareggiate costanti.

Il Napoli della prima di campionato è un mare forza 6. Non perché abbia vinto una partita (in casa) con una neopromossa. Ma per il modo in cui lo ha fatto. Per la piena che ha scatenato.

Daniele Feverati ha provato a farsi argine contro il mare in tempesta, ma né lui né il resto del Petrarca avrebbero potuto contenere le acque agitate degli uomini di Angelini. Le onde le fermi, le tieni a bada, le contrasti aspettando che il vento si plachi. La marea no. La marea la subisci.

Alla prima traversa di Turmena, giocatore che – guarda caso – si trova a suo agio nelle squadre che costeggiano il mare, le boe hanno segnalato le prime allarmanti anomalie al campionato: quest’anno c’è un nuovo (vecchio) competitor per il titolo. Il tiro dalla distanza di Neves, corretto dal piede di Pauleta, ha ufficialmente aperto le danze. Ha allagato la banchina e travolto ogni cosa. Il Napoli è venuto giù con la forza implacabile dell’alta marea.
Il dislivello con le acque basse dell’anno scorso è subito palpabile. Tra il primo gol di Pauleta e il raddoppio di Guilhermao sono passati tre minuti e un mare di occasioni. Il Napoli ha cercato la porta e ha affondato senza paura, con ritmo costante, con la foga delle onde alte contro il frangiflutti. Senza tentennamenti, saltando la fase di studio. Pelezinho, Guitta, Neves, Turmena. Il mare è mosso. Arillo in panchina.
Già nella pre-season, la squadra di Angelini aveva lanciato ottimi segnali. Un mercato da grande squadra, diverse partenze, qualche innesto di livello, un paio di ritorni. Neves, Pauleta, Guitta: dall’Oceano di Lisbona al mare di Napoli. Con lo stesso tumulto negli scarpini.

Guilhermao ne ha fatti due e ha smosso tanta acqua. È la boa alla quale il team di Perugino si riaffida per un altro anno. Insieme a Salas, al capitano, a Pelezinho, a Bortoletto. E mancava Arillo.
Il primo test racconta sempre poco di quella che sarà la stagione ed è vero. Adesso è troppo presto, troppo facile, troppo prematuro, troppo tutto. Ma il modo in cui questo Napoli è venuto giù a valanga racconta di come gli equilibri del campionato si siano spostati ancora una volta e di come, dalle parti del Vesuvio, si siano stancati di navigare a vista. Questa è una squadra che sembra avere identità, temperamento, furia, ritmo, fame. E soprattutto: sembra una squadra che non ha più alcuna voglia di stare a guardare. La marea sta salendo, pronta ad inondare la sabbia circostante. Caotica, tumultuosa, minacciosa e dirompente come solo le maree sanno essere. Domani c’è il Pomezia, su un campo sempre caldo e ostico. Ma il Napoli ha ripreso a scorrere e vuole riprendersi tutta la costa.

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