La Chiave – Storie di Calcio a 5, una parola alla volta
Salvatore Romanelli
“La Chiave” è la nuova rubrica di FutsalNow sulla Serie A maschile e femminile. È un raccoglitore di storie dal campo, che non parlerà quasi mai di statistiche, risultati e tabellini, ma coglierà il Gioco da una diversa angolatura. Più defilata, più decentrata, ma comunque immersa nelle sue trame. La “chiave” per penetrare la superficie molle del Gioco è la parola, ogni volta diversa. È sempre attraverso una parola che proveremo a raccontarvi un match, un duello, un’azione, un gol, una giocatrice, un giocatore, uno sbaglio, un’illuminazione, una vittoria o una sconfitta. Perché il futsal ci piace raccontarlo con la vivacità e il ritmo serrato del gioco, ma anche sprofondandoci dentro e cogliendone aspetti che, a volte, possono sfuggire alla cronaca sportiva.
Oggi raccontiamo la vittoria dell’Audace Verona sul campo della Femminile Molfetta e la parola che abbiamo scelto per raccontarla è: impronta.
Trentadue secondi dal suono della sirena. Il Molfetta prova a far girare la palla con il power play.
Trenta secondi prima, aveva trovato il gol del 2-4 riducendo il gap sul tabellone. Se lo avesse fatto un po’ prima, avrebbe riaperto completamente la partita. Ma c’è ancora minuto da giocare e nel futsal un minuto basta per sparpagliare le pagine e riscrivere un finale alternativo. Le padrone di casa vogliono provarci, insistono col power play per trovare un altro spiraglio nella difesa dell’Audace. Si potrebbe ancora fare.
Ma a trentadue secondi dalla sirena, in vantaggio di 2 reti, piuttosto che trincerarsi in area e negare tutto lo spazio possibile alle avversarie, Evelin Tosetto sceglie di andare a dare pressione alla portatrice di palla. È un istante: la prima linea si alza, Castro deve decidere in fretta, tentenna un attimo ed Evelin le è subito addosso. Ruba palla, gliela sfila dai piedi con tutta la sfrontatezza dei suoi ventitré anni e va a cercarsi il gol a porta vuota del 5-2 definitivo. Partita chiusa, risultato siglato.
Lo strappo finale di Evelin Tosetto racconta molto della partita di domenica col Molfetta e racconta ancor di più dell’anima dell’Audace di quest’anno, tutta sfrontatezza e controllo. È un’Audace sbilanciata, che si raddrizza sotto l’urto dei suoi squilibri. Sembra avventata, precipitosa e frenetica come sanno esserlo solo gli incauti spiriti giovanili. Ma è anche prudente, riflessiva, ponderata, come fosse una squadra consumata da anni e anni di stoico rodaggio. Abita, per il momento, una zona di penombra. Non troppo vicina ai fulgori delle prime della lista, ma neanche immersa nel cono d’ombra della scorsa stagione. Adiacente al vano della zona luminosa, insomma, ma ancora in attesa sulla soglia. L’Audace Verona si porta per ora a quota 6 punti in classifica, insieme al CMB. Nelle prime tre giornate ne ha persa una nel finale sul campo del Tikitaka e ne ha vinte due (entrambe 5-2). Ha prodotto tanto in fase offensiva, consegnandoci la prima marcatrice della Serie A (che ne ha fatti già 6) e presentandosi come terzo miglior attacco di questo primo assaggio di campionato. Ma è difensivamente che finora l’Audace si è mostrata solida.
Nella gara di domenica al PalaPoli, le ragazze di coach Zanetti hanno impostato una partita difensiva di grande sacrificio. Ma quel sacrificio, alla fine, ha pagato. La prima linea di pressione ha rubato spazio di manovra alla fase d’impostazione del Molfetta. Che infatti ha sbagliato più di una scelta in uscita e ne ha pagato dazio.
Non è col gioco roboante che le veronesi hanno avuto la meglio sul Cagliari e sul Molfetta. Piuttosto con incursioni arrivate al momento giusto, con ripartenze cercate con pazienza, con palle rubate nella metà campo avversaria. Un gioco asciutto, essenziale, senza eccessive pretese, che ha puntato all’efficacia e quasi sempre l’ha ottenuta.
Dovremmo scandagliare la partita difensiva di Barban, sottrarre l’utile all’estetica, per capire quanto certi dettagli invisibili facciano la differenza su un campo da futsal. Sempre al posto giusto nel momento giusto, con la suola nel centimetro quadro in cui doveva essere per intercettare un passaggio, sporcare una diagonale, spizzare una palla pericolosa, bloccare un’incursione. Asciutta e incisiva. Qualche volta pure decisiva.
Che poi non è che non ci sia stata anche dell’estetica in questa vittoria dell’Audace. Ne restano le tracce nel primo gol di De Cao, strappato con forza alle avversarie e guadagnato sotto l’incrocio dei pali. O nel suo assist del 4-0, servito per Barban su una ripartenza perfetta. O ancora nel tacco bellissimo di Evelin – brillante, improvviso, illuminante – che ha aperto una prateria su una delle transizioni dell’Audace. Il resto è stato principalmente sostanza. Approfittare degli errori delle avversarie e affondare. Fidarsi del proprio gioco e giocare.
Nel marasma di questo campionato ancora agli albori, quel che l’Audace Verona lascia sul parquet è un’impronta. Un sigillo, una chiave, un tratto di penna con cui scarabocchiare il proprio nome sul clipboard di questa stagione. Un calco da analizzare per arrivare a decodificare il codice genetico di questa squadra e capire a cosa potrà aspirare. L’impronta è nella forza con cui ha calciato De Cao per trovare il primo gol, nelle chiusure di Barban e nella pressione finale e nella palla rubata di Evelin Tosetto a trentadue secondi dalla fine. Un pezzettino dell’Audace sta appiccicato proprio a quello strappo, che è un po’ il manifesto scribacchiato in fretta di questo nuovo ciclo della formazione veronese.
La prossima dell’Audace sarà contro un’altra pugliese, stavolta la Soccer Altamura. Il percorso è appena stato abbozzato e i saliscendi di questa stagione spunteranno alla prima svolta. Ma le ragazze rossonere dovranno pensare solo a camminare, senza guardarsi troppo alle spalle, seguendo il proprio tragitto. Un’impronta dopo l’altra.

